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La perdita di dati costa 2 milioni ad azienda

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A circa un’azienda italiana su cinque, la perdita di dati è costata 1,3 milioni, mentre altri 500 mila euro sono stati “bruciati” per colpa dell’inattività dei server. Questa la naturale conseguenza di un aumento della mole di dati da gestire, che in Italia è cresciuta del 622% negli ultimi due anni.

ITALIA. Diventa sempre più importante riuscire a quantificare il valore dei dati in termini economici. Più sono i dati, più sono anche i rischi (monetari) cui si va incontro. Uno studio di Dell EMC ha stimato che, nel 2018, il 24% delle aziende italiane hanno dovuto sostenere un costo medio di 1,48 milioni di dollari – circa 1,3 milioni di euro – per perdite di dati, mentre un’azienda su cinque ha perso altri 538 mila dollari – circa 480.000€ – per ripristinare i sistemi inattivi.

In Italia l’ammontare di dati da gestire è aumentato in maniera esponenziale: dai 2,56 petabyte del 2016 si è passati a 18,48 nel 2018, con un incremento del 622%. Lo riferisce l’ultimo report sul Global Data Protection Index realizzato da Dell EMC, la ripartizione dell’azienda informatica specializzata in data security, virtualizzazione e cloud computing.

Nel ranking mondiale, l’Italia è stata collocata al quarto posto nel mondo per maturità digitale. La presenza di aziende “leader” in Italia, stimata da Dell al 20%, è più bassa solamente rispetto a India (30%), Cina (27%) e Brasile (23%). Le aziende denominate “leader” vantano una valutazione elevata dei propri dati, un uso avanzato delle tecnologie cloud, un tempo di recovery inferiore alle 2 ore e un’ottima fiducia nella propria infrastruttura tecnologica.

Com’è possibile che l’Italia sia in possesso di una quantità di dati superiore a stati europei evoluti come Germania (10,59 petabyte), Francia (11,22 petabyte) e Inghilterra (10,8 petabyte)? Luca Pagni su Repubblica lo spiega con il ritardo di implementazione delle nuove tecnologie, che ha però costituito un vantaggio. “Essendo partita in ritardo rispetto agli paesi europei, l’Italia ha fatto investimenti in tecnologie più avanzate che hanno permesso subito l’archiviazione di grandi quantità di dati, mentre altrove si deve procedere per implementazioni successive”.

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Data miner, appassionato di giornalismo visivo. Laureato in Scienze della Comunicazione, scrivo di economia, innovazione, tech.

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